PayPal è passato al lato oscuro?
PayPal è forse il sistema di pagamento (gateway) più conosciuto in assoluto, irrinunciabile per molti utenti e presente su tutte le maggiori piattaforme e-commerce esistenti (eBay, Netflix, ecc.).
Lato utente, i vantaggi sono innegabili: è sicuro, veloce e fornisce una garanzia che prevede addirittura il rimborso dell’importo in caso di insoddisfazione o truffa. Io stesso lo uso regolarmente per i miei acquisti online, come gateway collegato alla mia carta di credito prepagata.
Tra le varie funzioni interessanti ci sono anche i pagamenti automatici periodici (ad esempio per abbonamenti) e l’invio di denaro senza commissioni verso “amici” e familiari.
Tutto perfetto quindi? Purtroppo no…
All’ombra del sole che illumina e riscalda gli utenti ci sono i merchants, ovvero tutti quei professionisti che utilizzano PayPal come strumento di transazione di denaro sui propri siti e-commerce.
La strategia di mercato del colosso americano è chiara e ben consolidata, figlia del Paese da cui proviene (uno dei padri fondatori di PayPal è, non a caso, Elon Musk): offrire così tanti vantaggi agli utenti da rendere PayPal quasi obbligatorio per i merchant, ottenendo così il potere di dettare le regole del gioco.
Fino a qui nulla di strano: fa parte del business.
Ma, come potete immaginare, la tentazione di approfittarne, uscendo da un profilo etico di equilibrio tra le parti, è grande. E infatti questa opportunità si è trasformata, pochi mesi fa, nella goccia (o meglio nel secchio) che ha fatto traboccare il vaso.
Le commissioni di PayPal sono sempre state piuttosto alte, ma venivano in parte giustificate dall’assenza di costi di startup e da un piano “Pro” con canone mensile, vantaggioso solo per chi superava i 100.000 € di transazioni annue, che offriva percentuali più basse.
Qualche mese fa, però, Darth Vader ha fatto la sua mossa, cambiando in modo unilaterale – e soprattutto senza preavviso – la politica relativa ai rimborsi, una delle parti meno visibili (ma fondamentali) del processo.
Cosa è successo, in poche parole?
In caso di ordine annullato o rimborso, PayPal ora trattiene comunque la propria commissione.
Non potendo più alzare le commissioni (già tra le meno convenienti sul mercato), ha pensato bene di non restituirle nemmeno in caso di reso. In pratica, anche se la transazione non va a buon fine, PayPal si trattiene comunque la sua percentuale.
I miei clienti hanno iniziato a chiamarmi preoccupati, chiedendomi perché i conti a fine mese non tornassero. Alcuni registravano mancanze per migliaia di euro, temevano attacchi hacker o malfunzionamenti della piattaforma.
Nulla di tutto questo: si trattava solo di un cambio improvviso e silenzioso di politica da parte di PayPal, con un impatto tutt’altro che trascurabile.
A quel punto mi sono subito attivato per trovare soluzioni alternative.
Oggi, oltre a PayPal (standard o Pro), integro regolarmente anche VivaWallet e Stripe, due piattaforme moderne, sicure e con commissioni decisamente più basse.
Personalmente, preferisco VivaWallet per la sua facilità di utilizzo, le ottime API e l’integrazione semplificata nei siti e-commerce. Anche Stripe resta una valida alternativa, specialmente per chi cerca un’esperienza utente fluida e strumenti avanzati di analisi e reportistica.